Presentato il libro “Diversamente sano:liberi di essere folli” al carcere di Catanzaro

Prosegue il percorso comune del corso di laurea in Sociologia dell’Università Magna Grecia e della Casa Circondariale di Catanzaro.
Si continua a leggere, nel carcere di Siano: nel pomeriggio del 19 aprile questo posto è ancora una volta l’insolita location di un incontro letterario, quello per la presentazione del libro “Diversamente sano- Liberi di essere folli” di Antonio Cerasa, neuroscienziato e ricercatore presso l’Ibfm-Cnr di Catanzaro.          
Gli allievi della facoltà di Sociologia dell’Università Magna Grecia di Catanzaro e alcuni giovani laureati hanno assistito ad un’originale lezione nella sala teatro del carcere.
Qui, insieme ai detenuti iscritti allo stesso corso di laurea e a quelli che frequentano il laboratorio di lettura e scrittura creativa, portato avanti nel carcere di Siano dal professor Nicola Siciliani De Cumis e alle due volontarie Giorgia Gargano e Ilaria Tirinato, ha avuto luogo questa iniziativa, volta a favorire gli spunti di riflessione su temi sociali.
Sono intervenuti al dibattito con l’autore la direttrice del carcere Angela Paravati, il coordinatore del corso di laurea in sociologia, Cleto Corposanto, ed il docente Umberto Pagano.
“La presenza in carcere del polo didattico dell’Università Magna Grecia è di fondamentale importanza perché la Casa Circondariale riesca ad essere un servizio sociale” ha affermato la direttrice del carcere Angela Paravati: “Puntare sull’istruzione, ed anche sull’alta formazione, è fondamentale per fare di questo luogo un contenitore di cambiamento.”
L’argomento del testo, pubblicato dalla casa editrice Hoepli nel 2018, si adatta bene ad essere discusso in questo contesto, perché riguarda principalmente il malessere diffuso in una società in cui nessuno è soddisfatto della propria esistenza: i disturbi mentali crescono e cambiano rapidamente e la linea di confine che separa le persone sane da quelle malate è sempre più incerta.
Come raggiungere l’egosintonia, cioè la realizzazione di comportamenti in armonia con l’immagine che il soggetto ha di sé? Come farlo in un contesto carcerario?
Lo scopo del libro è descrivere alcune fra le più strane e nuove malattie della mente, quali l’ortoressia, la sindrome di Pollyanna, l’incontinenza emotiva, le dipendenze da Internet e affettive, le fobie sociali, nella nuova prospettiva della psicologia positiva.

 Il testo va alla ricerca di un luogo in cui normalità, psicopatologia e malattia psichiatrica si possano incontrare. E magari possano iniziare un dialogo.
Corposanto sottolinea che il libro racconta una quotidianità inesplorata ed è significativo che se ne parli in carcere, luogo che “mantiene ancora oggi un alone di mistero “per chi sta fuori””, mentre Pagano evidenzia che l’opera è “su persone che smarriscono la strada e la ritrovano: ci sono strade che perdiamo e che dobbiamo avere il coraggio di ritrovare.”
Seguono la lettura di una poesia scritta da uno degli studenti del carcere “Luce del dolore” ed una serie di domande, da parte dei detenuti che avevano in precedenza letto e commentato il libro.
Particolarmente significativa, alla fine, la richiesta da parte dei detenuti, di affidare proprio alle voci degli studenti la lettura dei loro elaborati, che raccontano come il carcere possa essere una fucina di patologie ossessivo- compulsive, di ansie che sfociano spesso in vere e proprie manifestazioni di fobie, ma che queste ansie possono essere gradualmente controllate, anche grazie all’osservazione ed alla comprensione dell’altro.
Si osserva il compagno di cella che pulisce ossessivamente tutto, quello che ha paura di mangiare le patate, quello che è convinto che i suoi reclami siano rigettati per dispetto. E si osservano anche i piccoli cambiamenti, i tentativi di contenere queste fobie.
Parte da un detenuto infine una proposta affinché l’istituzione universitaria aiuti il carcere attraverso  il volontariato e la direttrice Angela Paravati conclude l’incontro affermando “Proprio grazie ai volontari che collaborano con il personale educativo e al contributo del personale di polizia è possibile, anche in carcere, intraprendere nuovi percorsi, trovare “strade nuove”.”
 
 

 

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20 aprile 2018


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